Padri di macchine inutili: quando l’inutile diventa una forma di libertà

Padri di macchine inutili: quando l’inutile diventa una forma di libertà

Ci sono macchine costruite per produrre, accelerare, misurare, sostituire. E poi ci sono macchine che non servono apparentemente a nulla. Non fabbricano oggetti, non aumentano la produttività, non promettono di risparmiare tempo. Si muovono, respirano, oscillano, reagiscono al vento, conservano tracce e sembrano ricordare.

È da questa provocazione che prende vita Padri di macchine inutili, secondo romanzo della saga Universi Paralleli: una storia di viaggio e di formazione, ma soprattutto una riflessione sul significato della tecnologia in una società che sembra riconoscere valore soltanto a ciò che può essere quantificato.

Due uomini, due mondi, una stessa inquietudine

Al centro del romanzo ci sono Christopher Worcester e Ravi Tabasco, due personaggi profondamente diversi che finiscono per riconoscersi proprio attraverso il loro rapporto con le macchine.

Christopher cresce in un’Europa segnata dalla progressiva scomparsa del mondo industriale. Fabbriche che chiudono, capannoni abbandonati, officine svuotate, oggetti diventati improvvisamente inutili. Ma dove gli altri vedono soltanto rottami, lui percepisce qualcosa che merita di essere conservato.

Raccoglie pezzi di metallo e vecchi ingranaggi e comincia a costruire.

Le sue creazioni, però, non hanno uno scopo nel senso tradizionale del termine. Non sono strumenti. Non risolvono problemi. Non fanno guadagnare denaro.

E proprio per questo diventano una sfida.

Ravi proviene invece da un’altra geografia e da un’altra cultura. Giovane meccanico cresciuto in un porto dell’Oceano Indiano, possiede un rapporto quasi istintivo con gli oggetti tecnici: prima ancora di ripararli, sembra saperli ascoltare. Se Christopher vede nella macchina una possibilità artistica, Ravi ne comprende il corpo, il movimento, la resistenza della materia.

Il loro incontro mette in comunicazione due modi differenti di guardare il mondo.

Ed è da questa diversità che comincia il viaggio.

Il mondo come laboratorio

Padri di macchine inutili è anche un grande romanzo itinerante.

Christopher e Ravi attraversano città, porti, officine, cantieri e luoghi dimenticati. Il viaggio non costituisce semplicemente lo sfondo delle loro avventure: ogni tappa modifica il loro modo di concepire le macchine.

Le loro opere incorporano ciò che incontrano. Il vento, l’acqua, il rumore delle città, i materiali abbandonati, le tradizioni artigianali, le memorie industriali.

Progressivamente le macchine smettono di essere oggetti isolati e diventano un linguaggio.

Non chiedono allo spettatore: «A che cosa servo?».

Gli chiedono piuttosto: «Che cosa senti guardandomi?»

È una domanda apparentemente semplice che mette in discussione uno dei principi fondamentali della nostra epoca: l’idea che tutto debba necessariamente avere una funzione economicamente riconoscibile.

Quando anche la ribellione diventa un prodotto

Ma il successo porta con sé una contraddizione.

Le macchine attirano curiosità. Vengono esposte, fotografate, imitate. Intorno a Christopher e Ravi nasce un movimento artistico. Ciò che era cominciato come ricerca personale entra inevitabilmente nel circuito della comunicazione e del mercato.

Ed è qui che il romanzo compie uno dei suoi passaggi più interessanti.

Il sistema contro il quale Christopher aveva inconsapevolmente costruito le proprie macchine dimostra di possedere una straordinaria capacità di adattamento: può trasformare perfino l’opposizione in merce.

L’inutile può diventare una moda.

La critica al consumo può diventare qualcosa da consumare.

La ribellione può diventare un marchio.

Christopher deve allora affrontare una domanda molto più difficile di quella iniziale: come si difende un’idea dal proprio successo?

Il problema non riguarda più soltanto l’arte. Riguarda il rapporto fra creatività e mercato, tecnologia e potere, autenticità e riproduzione.

Ed è una questione che rende Padri di macchine inutili particolarmente contemporaneo.

Prima del Plateau

Per chi segue la saga Universi Paralleli, il romanzo possiede inoltre un significato particolare.

Siamo ancora prima che il Plateau assuma pienamente il ruolo che avrà nella storia complessiva. Christopher e Ravi non conoscono ancora tutte le conseguenze del cammino che hanno intrapreso. Eppure, attraverso i loro viaggi e le loro macchine, stanno preparando qualcosa di molto più grande.

Il lettore comincia così a riconoscere alcuni dei temi destinati ad attraversare l’intera saga: il recupero di ciò che la società considera inutile, la possibilità di costruire comunità differenti, il rapporto fra esseri umani e tecnologia, il rifiuto dell’efficienza come unico criterio di valore.

Le macchine inutili diventano quindi qualcosa di più di una provocazione artistica.

Sono un’anticipazione.

Prima delle città future, prima delle grandi comunità e delle intelligenze artificiali che popoleranno gli altri romanzi, ci sono due uomini che raccolgono ciò che il mondo ha scartato e provano a dargli una seconda esistenza.


Una domanda rivolta al nostro presente

In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, dall’automazione e dall’ossessione per la produttività, Padri di macchine inutili assume inevitabilmente anche il valore di una domanda rivolta al lettore.

Davvero tutto ciò che è utile ha valore? E davvero tutto ciò che non produce è inutile?

Un’opera d’arte non produce energia. Una conversazione fra amici non aumenta il PIL. Una passeggiata non ottimizza necessariamente nulla. La memoria di un oggetto, un paesaggio, una musica, un gesto gratuito possono essere perfettamente inefficienti.

Eppure sono proprio queste apparenti inutilità a definire una parte essenziale dell’esperienza umana.

Christopher e Ravi costruiscono macchine.

Ma, pagina dopo pagina, comprendiamo che stanno cercando soprattutto di difendere uno spazio nel quale l’uomo possa ancora permettersi di fare qualcosa senza doverne dimostrare immediatamente l’utilità.

Ed è forse questo il significato più profondo del titolo.

Padri di macchine inutili non è soltanto il secondo capitolo di Universi Paralleli. È la storia di due artisti, di un’amicizia e di un viaggio attraverso un mondo in trasformazione. È un romanzo sull’arte e sulla tecnologia, sulla memoria industriale e sulla capacità del mercato di assorbire persino ciò che nasce per contestarlo.

Ma soprattutto è il racconto del momento in cui, molto prima del Plateau e delle città che verranno, comincia a prendere forma una delle idee fondamentali dell’intera saga:

forse ciò che il sistema considera inutile non deve essere eliminato.

Forse deve ancora trovare il mondo nel quale diventare necessario.

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