PIROPOLIS: LA CITTÀ CHE SCEGLIE DI NON DIVENTARE POTERE
PIROPOLIS: LA CITTÀ CHE SCEGLIE DI NON DIVENTARE POTERE
RECENSIONE DEL SESTO ROMANZO DELLA SAGA UNIVERSI PARALLELI
UNA CITTÀ SOTTO LA CITTÀ
Con Piropolis, sesto romanzo della saga Universi Paralleli, Nat Russo porta il proprio universo narrativo a un punto di svolta. Se nei volumi precedenti il lettore aveva incontrato personaggi, comunità e luoghi capaci di incrinare progressivamente l’ordine del mondo conosciuto, qui l’alternativa smette di essere soltanto intuizione, fuga o promessa: prende forma. Sotto una Savona che continua apparentemente la propria vita, un’altra città cresce nel sottosuolo, non come rifugio provvisorio ma come esperimento di convivenza. È questo il nucleo più interessante del romanzo: Piropolis non viene presentata anzitutto come una meraviglia tecnologica o come un’utopia già compiuta, bensì come una domanda costruita materialmente. È possibile organizzare una comunità senza riprodurre, poco alla volta, le stesse gerarchie e gli stessi meccanismi di esclusione dai quali si è cercato di fuggire?
GALVANI, L’INVESTIGATORE CHE CAMBIA OGGETTO D’INDAGINE
Il punto di vista scelto rende particolarmente efficace questa domanda. Luca Galvani entra nella vicenda come commissario: deve seguire tracce, collegare sparizioni, comprendere che cosa si nasconda dietro un nome che circola sui muri della periferia e nei podcast clandestini. Piropolis gli appare dapprima attraverso le categorie che il mondo di superficie mette a disposizione: setta, manipolazione, devianza, minaccia. L’indagine, tuttavia, produce un effetto inatteso. Più Galvani comprende ciò che accade sotto il Plateau delle Manie, meno riesce a considerare naturale ciò che avviene sopra. Il rovesciamento è sottile: non è Piropolis a diventare progressivamente normale, è la normalità esterna a diventare progressivamente problematica.
Galvani assume così una funzione che va oltre quella dell’investigatore. È lo sguardo del lettore che entra in un sistema sconosciuto con diffidenza e, proprio perché continua a osservare, è costretto a modificare le proprie categorie. Il romanzo evita in questo modo una presentazione celebrativa della comunità sotterranea: la scopriamo attraverso qualcuno che, almeno inizialmente, non ha alcun motivo per crederle.
L’UTOPIA COME CANTIERE
La scelta più significativa è forse quella di rappresentare Piropolis come un cantiere. Uomini, donne, artisti, tecnici e vecchi robot non abitano un paradiso già pronto: stanno costruendo qualcosa. La città possibile nasce dal lavoro, dalla competenza, dalla collaborazione e dall’imperfezione. È una differenza decisiva rispetto a molta narrativa utopica, nella quale il nuovo mondo viene mostrato quando il suo ordinamento è già stabilito. Qui, invece, ciò che conta è il processo. La civiltà alternativa non possiede ancora la sicurezza del monumento; conserva la fragilità dell’esperimento.
Proprio questa fragilità le conferisce forza narrativa. Piropolis non sostiene di avere trovato una formula definitiva. Dimostra semplicemente che ciò che viene dichiarato impossibile può essere tentato. Ed è sufficiente questo per trasformarla in una minaccia. Il potere, nel romanzo, non teme soltanto chi vuole abbatterlo: teme anche chi dimostra di poterne fare a meno.
BALTUS E LA TENTAZIONE DEL CONFLITTO
Su questo terreno ritorna il professor Baltus, figura che attraversa la saga come una presenza capace di trasformare le contraddizioni degli altri in strumenti. In Piropolis il suo ruolo appare particolarmente insidioso perché non consiste semplicemente nell’attaccare la comunità dall’esterno. Baltus comprende che il modo più efficace per distruggere un’alternativa è indurla a somigliare progressivamente al sistema che contesta. Il conflitto diventa allora una forma di contagio: gerarchie, paura, rigidità, necessità di difendersi possono trasformare una comunità nata per essere diversa in un nuovo apparato di potere.
È qui che il romanzo acquista una dimensione politica nel senso più ampio del termine, senza ridursi a un manifesto. La questione non è quale ideologia debba prevalere, ma quale destino attenda ogni organizzazione umana quando, per conservarsi, comincia a considerare la propria conservazione più importante dei principi che l’hanno fatta nascere.
LA SCELTA PIÙ RADICALE: SCOMPARIRE
Il gesto conclusivo attribuito alla città è perciò coerente con la sua natura: Piropolis sceglie di disperdersi piuttosto che irrigidirsi in un nuovo potere. È una soluzione narrativa paradossale e, proprio per questo, suggestiva. Normalmente una città raggiunge il proprio compimento quando diventa stabile, riconoscibile, istituzionale. Qui accade il contrario: per rimanere fedele alla propria idea, la città deve rinunciare alla propria permanenza.
La dispersione non equivale necessariamente a una sconfitta. Se Piropolis fosse soltanto un luogo, la sua dissoluzione coinciderebbe con la sua fine. Ma il romanzo sembra suggerire che la vera costruzione non sia fatta di pietra, macchine o infrastrutture. Ciò che può sopravvivere è un principio trasferibile, una possibilità che può ricomparire altrove. La città sotterranea diventa così meno importante della domanda che l’ha resa necessaria.
ARON E L’EREDITÀ INVISIBILE
È significativo che questa domanda rimanga affidata ad Aron. Il personaggio, già caricato nei precedenti passaggi della saga di una particolare relazione con il tempo, la trasformazione e la conoscenza, riceve qui un’eredità che non può essere custodita in un archivio né difesa dietro mura. Deve conservare qualcosa che esiste soltanto finché qualcuno continua a interrogarla: la possibilità di una convivenza differente.
Questo passaggio collega Piropolis alla struttura più ampia di Universi Paralleli. I mondi paralleli della saga non sono soltanto realtà fisiche alternative. Sono anche possibilità sociali, morali e percettive: modi differenti di interpretare ciò che sembra inevitabile. In questa prospettiva, la città sotto la città diventa una delle immagini più chiare dell’intero progetto narrativo. Sotto la realtà visibile può esisterne un’altra; non perché sia magicamente perfetta, ma perché qualcuno ha deciso di costruirla.
UNA SAVONA CHE DIVENTA LABORATORIO NARRATIVO
Anche l’ambientazione contribuisce alla forza del racconto. Savona non funziona come semplice sfondo geografico. La superficie urbana, la periferia, il Plateau delle Manie e il sottosuolo costruiscono una geografia simbolica: sopra si trova il mondo riconosciuto, con le sue istituzioni e le sue abitudini; sotto prende forma ciò che non ha ancora diritto di cittadinanza. Il movimento di Galvani verso il basso coincide quindi con uno spostamento conoscitivo. Scendere significa vedere ciò che la superficie non riesce, o non vuole, vedere.
Il risultato è una fantascienza che non ha bisogno di allontanarsi nello spazio per produrre straniamento. Basta scavare sotto una città reale. La distanza tra il mondo conosciuto e quello possibile può misurarsi in pochi metri di roccia, ma richiedere un cambiamento radicale dello sguardo.
IL SESTO VOLUME COME CERNIERA DELLA SAGA
Collocato al centro dei dodici romanzi di Universi Paralleli, Piropolis possiede inevitabilmente il carattere di una cerniera. Molte tensioni accumulate nei volumi precedenti trovano qui una forma concreta, mentre altre vengono rilanciate verso ciò che seguirà. Galvani non è più soltanto colui che osserva le anomalie; Baltus non è più soltanto una presenza perturbante; Aron non è più soltanto il portatore di capacità eccezionali. Tutti vengono messi di fronte alle conseguenze delle proprie posizioni.
Ma soprattutto cambia la scala della saga. La domanda non riguarda più soltanto che cosa possa accadere a un individuo quando entra in contatto con realtà differenti. Riguarda che cosa accade quando l’alternativa tenta di diventare società.
UNA CITTÀ CHE ESISTE PROPRIO PERCHÉ PUÒ FINIRE
Piropolis è dunque un romanzo sulla costruzione, ma anche sul limite della costruzione. Racconta una città e contemporaneamente mette in discussione l’idea stessa che una città debba durare per avere avuto successo. La sua provocazione più interessante consiste forse qui: una comunità può essere fedele ai propri principi soltanto se accetta, quando necessario, di non trasformarli in istituzioni permanenti?
È una domanda che il romanzo non chiude, e fa bene a non chiuderla. La consegna ad Aron, a Galvani e soprattutto al lettore. Perché alla fine il vero mistero di Piropolis non è dove si trovi la città sotterranea, né chi la controlli. Il mistero è capire se un’alternativa possa esistere senza diventare, prima o poi, un nuovo sistema da cui qualcuno sentirà il bisogno di fuggire.
IN CONCLUSIONE
Nel percorso di Universi Paralleli, Piropolis segna il momento in cui l’altrove smette di essere soltanto un luogo da raggiungere e diventa un modo di organizzare la vita. Il commissario che doveva investigare finisce per essere investigato dalle proprie certezze; la comunità che avrebbe potuto trasformarsi in fortezza sceglie di disperdersi; il giovane destinato a custodirne l’eredità riceve qualcosa che non può possedere. È un romanzo che usa gli strumenti della fantascienza, del mistero e dell’avventura per formulare una questione molto concreta: non come costruire la città perfetta, ma come impedire che anche la città nata per liberarci finisca per chiedere obbedienza.
Ed è forse questa l’immagine che resta dopo l’ultima pagina: Piropolis scompare come luogo proprio nel momento in cui diventa più difficile cancellarla come possibilità.

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