Less is more: Quando curare il mondo significa cominciare a sottrargli qualcosa


LESS IS MORE

Quando curare il mondo significa cominciare a sottrargli qualcosa

Ci sono distopie nelle quali il potere si presenta immediatamente con il volto del potere: divise, eserciti, telecamere, prigioni, apparati di controllo. Sono forse le meno inquietanti, perché almeno consentono di riconoscere il nemico. Less is More, terzo romanzo della saga Universi Paralleli di Nat Russo, sceglie invece una strada più insidiosa: immagina che il controllo possa nascere dalla cura, che la violenza possa svilupparsi dalla compassione e che una società apparentemente migliore possa essere costruita non aggiungendo qualcosa all'essere umano, ma sottraendoglielo progressivamente.

Il titolo, naturalmente, è già una dichiarazione programmatica. La celebre formula modernista «less is more», associata soprattutto all'architettura di Ludwig Mies van der Rohe, viene trasferita dal territorio dell'estetica a quello dell'antropologia politica. Se eliminare il superfluo rende più puro un edificio, perché non dovrebbe funzionare anche con una società? E soprattutto: chi stabilisce che cosa, nell'essere umano, sia superfluo? È da questa domanda che il romanzo acquista la propria dimensione più interessante.

BALTUS, IL MEDICO CHE VORREBBE CURARE UNA CIVILTÀ

Al centro della storia troviamo il professor Baltus, psichiatra della Weimar Klinik, antico sanatorio mitteleuropeo che diventa molto più di un'ambientazione. La clinica funziona quasi come un laboratorio nel quale vengono raccolte e osservate le patologie della contemporaneità. Ma i pazienti di Baltus non sono semplicemente «malati»: ciascuno sembra portare fino alle conseguenze estreme una contraddizione della società dalla quale proviene.

È qui che Less is More si allontana dal tradizionale romanzo fantascientifico. La tecnologia, l'organizzazione clandestina, gli spostamenti fra le città europee e il collegamento con l'universo narrativo della saga costituiscono l'impalcatura dell'azione; il vero materiale narrativo è però l'ideologia. Baltus osserva individui spezzati e finisce progressivamente per diagnosticare non più soltanto i pazienti, ma il mondo. È un passaggio decisivo. Il medico cura la persona che soffre. L'ideologo comincia invece a chiedersi quale tipo di persona dovrebbe esistere affinché la società non soffrisse più. Fra queste due domande esiste uno spazio minuscolo. Ed è precisamente in quello spazio che nasce Less is More.

IL MALE CHE NON SA DI ESSERE MALE

Baltus funziona come personaggio proprio perché non viene costruito come un cattivo convenzionale. Non sembra mosso dalla sete di potere né dal piacere della crudeltà. La sua pericolosità nasce da qualcosa di molto più credibile: la convinzione di avere compreso un meccanismo che gli altri non riescono ancora a vedere. È uno dei motivi più antichi e più moderni della distopia.

Le grandi utopie autoritarie non hanno quasi mai cominciato dichiarando di voler peggiorare l'umanità. Hanno promesso, al contrario, di liberarla: dalla povertà, dall'ingiustizia, dal conflitto, dall'ignoranza, dalla disuguaglianza, talvolta persino dall'infelicità. Il problema comincia quando, per realizzare l'uomo nuovo, diventa necessario eliminare qualcosa dell'uomo vecchio. E dopo la prima sottrazione ne diventa possibile una seconda. Poi una terza. Il titolo del romanzo assume così un significato progressivamente sinistro. Meno è più. Ma quanto meno può diventare un uomo prima di smettere di essere un uomo?

LA PSICHIATRIA COME METAFORA POLITICA

Uno degli aspetti più stimolanti del libro è l'utilizzazione della psichiatria non tanto come disciplina medica quanto come metafora del potere contemporaneo. Diagnosticare significa inevitabilmente definire una normalità. Qualcuno osserva un comportamento, stabilisce una soglia e decide da quale parte di quella soglia cominci la patologia. Nella pratica clinica questo processo è regolato dalla scienza, dalla deontologia e dalla tutela del paziente. Ma che cosa accadrebbe se la stessa logica venisse applicata a un'intera società? Chi stabilirebbe quali comportamenti collettivi sono patologici? Quali idee dovrebbero essere curate? Quali desideri considerati disfunzionali? Quali differenze eliminate perché produttrici di conflitto? È in questo passaggio che la Weimar Klinik smette idealmente di avere mura. La clinica può diventare la città. E la terapia può diventare governo.

DALLA FRAGILITÀ INDIVIDUALE ALL'INGEGNERIA SOCIALE

La trasformazione di Less is More da intuizione a rete organizzata costituisce quindi la conseguenza politica della diagnosi di Baltus. Il disagio individuale non viene più considerato soltanto qualcosa da comprendere, ma diventa materia prima per progettare un diverso funzionamento della collettività. Bruxelles, Rotterdam, Marsiglia, Savona: la geografia europea del romanzo contribuisce a sottrarre la vicenda alla dimensione del complotto locale. Il problema che Russo mette in scena è quello di una civiltà complessa, stanca delle proprie contraddizioni e quindi potenzialmente attratta dalla più seducente delle scorciatoie: se non possiamo risolvere la complessità, possiamo ridurla. È un'idea terribilmente contemporanea. Viviamo in società che producono quantità crescenti di informazioni, identità, desideri, conflitti, possibilità e interpretazioni. Governare questa complessità è difficile. Ridurla è infinitamente più semplice. Ma ogni semplificazione sociale possiede un costo umano.

UN ROMANZO CHE DIFFIDA DELLE IDEOLOGIE, ANCHE DI QUELLE BUONE

Sarebbe tuttavia riduttivo leggere Less is More come un semplice attacco a una particolare ideologia politica. Il bersaglio è più ampio e, proprio per questo, più interessante. Il romanzo sembra diffidare del momento nel quale qualunque idea smette di essere uno strumento per comprendere gli esseri umani e pretende che siano gli esseri umani ad adattarsi all'idea.

L'altruismo può diventare annullamento di sé. La ricerca del benessere può trasformarsi in ossessione. La giustizia può degenerare in uniformità. La sicurezza può produrre controllo. La cura può diventare normalizzazione. Non perché altruismo, benessere, giustizia, sicurezza o cura siano valori negativi, ma perché ogni valore, portato all'assoluto e sottratto al confronto con gli altri valori, può trasformarsi nel proprio contrario. Da questo punto di vista la Weimar Klinik è popolata non soltanto da personaggi, ma quasi da idee ammalate della propria assolutezza.

GALVANI E BALTUS: DUE MODI DI GUARDARE IL DISORDINE

La presenza del commissario Luca Galvani collega direttamente il romanzo alla struttura più ampia di Universi Paralleli e consente soprattutto di costruire un interessante contrappunto. Il poliziotto e lo psichiatra osservano entrambi anomalie. Galvani cerca fatti, responsabilità, connessioni. Baltus cerca cause, strutture, patologie. Uno indaga ciò che gli uomini fanno; l'altro ciò che gli uomini sono.

La differenza sembra sottile, ma diventa enorme quando dalla comprensione si passa all'intervento. Punire un comportamento illegale significa porre un limite all'azione. Pretendere di correggere la persona significa intervenire sulla sua identità. Il romanzo trova proprio qui una delle proprie tensioni filosofiche più efficaci: fino a quale punto una società può correggere i comportamenti senza cominciare a progettare gli individui?

E POI C'È ARON

All'interno di questo universo compare Aron, figura destinata ad assumere un significato crescente nella saga. La sua presenza sulle alture delle Manie introduce un elemento apparentemente incompatibile con la razionalità di Baltus. Se Baltus pensa il mondo attraverso la riduzione, Aron sembra suggerire l'espansione. Se il primo cerca di eliminare le contraddizioni, il secondo sembra appartenere a una realtà nella quale le contraddizioni possono convivere.

È qui che la fantascienza torna prepotentemente in primo piano. Gli universi paralleli non sono soltanto una possibilità fisica o narrativa: diventano una metafora della possibilità che la realtà non sia obbligata a possedere una sola soluzione. Contro l'utopia della semplificazione compare quindi la pluralità dei mondi possibili.

LA DISTOPIA PIÙ PERICOLOSA È QUELLA RAGIONEVOLE

La forza concettuale di Less is More risiede probabilmente qui. Le distopie tradizionali ci tranquillizzano segretamente perché i loro mondi sono mostruosi. Leggiamo 1984 e sappiamo immediatamente che non vorremmo vivere nell'Oceania di Orwell. Guardiamo una dittatura fantascientifica e riconosciamo le sue strutture oppressive. Più difficile è confrontarsi con un progetto che, almeno all'inizio, sembra ragionevole.

Ridurre il dolore. Eliminare le cause del conflitto. Correggere ciò che produce sofferenza. Organizzare razionalmente una società. Chi potrebbe essere contrario? Il problema nasce dalla domanda successiva: che cosa siamo disposti a sacrificare per riuscirci? La libertà? L'imperfezione? Il dissenso? L'eccentricità? Il diritto di compiere scelte sbagliate? Forse persino il diritto di essere infelici? È a questo punto che la terapia incontra il totalitarismo senza che nessuno abbia necessariamente pronunciato la parola «dittatura».

UNA FANTASCIENZA DELLE IDEE

In questo senso Less is More appartiene più alla tradizione della fantascienza speculativa che a quella tecnologica. Non chiede principalmente al lettore: «quale invenzione potrebbe esistere domani?». Gli domanda piuttosto: «quale idea apparentemente sensata potrebbe diventare pericolosa domani?». Ed è una domanda assai più difficile.

La fantascienza migliore non serve infatti a prevedere il futuro. Serve a rendere visibili nel presente meccanismi dei quali non abbiamo ancora osservato le conseguenze. La Weimar Klinik, Baltus, i suoi pazienti, la rete che si diffonde attraverso l'Europa e l'intersezione progressiva con Galvani e Aron costruiscono così un esperimento mentale prima ancora che un thriller. Il lettore può naturalmente seguire l'intreccio. Ma contemporaneamente viene sottoposto a un'altra indagine. Quanto Baltus c'è nelle nostre stesse idee di società perfetta?

IL PARADOSSO FINALE

Less is More racconta gli stessi avvenimenti di Uscita dal sistema da una prospettiva differente, e questa scelta costituisce uno degli elementi più interessanti della costruzione della saga. La realtà non cambia; cambia l'osservatore. E cambiando l'osservatore, cambiano inevitabilmente colpa, ragione, follia e responsabilità. Il personaggio che da una prospettiva potrebbe apparire antagonista diventa, osservato dall'interno, un uomo che tenta di dare coerenza al mondo. È precisamente questo a renderlo inquietante.

Perché i mostri sono facili da combattere. Molto più difficili sono gli uomini convinti di fare il bene. E forse è proprio questa la domanda che rimane quando si chiude il libro: se un giorno qualcuno ci proponesse davvero una società con meno violenza, meno dolore, meno conflitto, meno disordine e meno infelicità, quanto saremmo disposti a perdere di noi stessi pur di ottenerla? Less is More suggerisce una risposta tutt'altro che consolatoria. Il problema non è stabilire se meno sia davvero più. Il problema è decidere chi avrà il diritto di scegliere che cosa togliere.


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